Nuove esperienze lavorative dei ciechi e degli ipovedenti a confronto

Cari amici,

con circolare n.190 del 17/7/2012, oggetto: non c’è tempo da perdere… abbiamo dichiarato lo stato di emergenza lavorativa dei ciechi e degli ipovedenti e reso note alcune iniziative di lotta per il fine estate, inizio autunno:conferenza stampa presso la sede centrale il 19 settembre, sit in presso le prefetture il 27 settembre, incontro con il Ministro del Lavoro o Sottosegretario la prima settimana di ottobre ed eventuale manifestazione il 24 ottobre. L’obiettivo è alzare la voce per reclamare il diritto al lavoro dei ciechi e degli ipovedenti, garantito dalla nostra costituzione e ribadito dalla convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità. Sottolineare con forza la necessità delle leggi speciali per il collocamento dei ciechi e degli ipovedenti, legittimate  dal fatto che i condizionamenti della cecità riducono notevolmente le loro possibilità lavorative. Ottenere che siano rese fruibili le tre nuove professioni lavorative per i ciechi e gli ipovedenti previste dal decreto Salvi del 2000, estendendo a questi nuovi lavoratori gli stessi diritti e doveri previsti per  gli operatori telefonici dalla legge 113/85. Proporre al Ministero del Lavoro, in forza della legge 144/99, nuove ipotesi pacchetto di attività lavorative da aggiungere alla figura di perito fonico, già definita attraverso un corso di formazione professionale organizzato dall’IRIFOR e dalla Università di Reggio Calabria; a tale scopo la direzione nazionale ha deciso di organizzare all’interno dell’Unione una approfondita discussione ai fini di fare emergere nuove esperienze lavorative praticate dai singoli  suscettibili di essere estese alla generalità dei ciechi e degli ipovedenti.

Il confronto può avere luogo da subito su un blog aperto sulla home page del nostro sito dal titolo “ Nuove esperienze lavorative a confronto”. Per accedere basta cercare sulla home page la voce i nostri blog. Il confronto può avvenire anche sul giornale elettronico all’indirizzo giornale.uici.it. Saranno organizzate entro il 10 settembre dal responsabile di settore due riunioni della commissione lavoro per un approfondito brainstorming sull’argomento. Allo stesso scopo il 26 settembre la presidenza nazionale organizzerà una assemblea dei quadri dirigenti online. Successivamente la direzione nazionale, direttamente o attraverso la nomina di una apposita commissione esterna alla direzione, selezionerà le migliori proposte e conferirà alla migliore di esse una matrioska dipinta a mano, di buon valore artistico. Questa presidenza inoltre proporrà all’IRIFOR di istituire una borsa di studio rivolta alle Università del nostro paese con la speranza  che possano emergere idee innovative per il lavoro dei ciechi e gli ipovedenti, legate alle nuove tecnologie accessibili.

Nella certezza che i destinatari della presente diano il massimo della loro collaborazione per la soluzione di un problema che sta a cuore a tutti noi, Vi saluto cordialmente.

Il Presidente Nazionale

Prof. Tommaso Daniele

 

 

Il lavoro è luce che ritorna, è sicurezza, dignità, vita ed è importante quanto l’indennità di accompagnamento se non di più. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

22 pensieri su “Nuove esperienze lavorative dei ciechi e degli ipovedenti a confronto

  1. Salve, l'argomento lavoro è quanto mai attuale, sia per i disoccupati ma anche per noi lavoratori. La tecnologia si evolve rapidamente e cambia anche i nostri posti di lavoro. Io suggerirei di far decollare la figura dell'addetto alle pubbliche relazioni, ma i ciechi potrebbero lavorare  anche nei centri di prenotazione telefonica e nei punti informativi supportati dall'uso del computer. Non sarebbe difficile prenotare visite mediche, dare informazioni turistiche gestire ordini e appuntamenti o quanto richiesto dal datore di lavoro.Ovvio e naturale che il cieco e l'ipovedente devono essere adatti al compito, con questo intendo dire che bisognerebbe dare vari sbocchi  lavorativi in quanto non tutti abbiamo attitudine a gestire rapporti col pubblico e non tutti siamo bravi con la manualità.

    .

     

    • salve a tutti, scrivo per parlarvi della professione emergente degli ultimi anni, il coaching! questa professione può essere svolta  da chiunque senza  nessun titolo specifico, si tratta di aiutare i clienti a delineare i propri obiettivi,  e aiutarli a comprendere come realizzarli! in pratica il lavoro lo fate voi, il coach è solo un facilitatore, il  mezzo per raggiungere il  vostro fine senza sforzo! perché ognuno di noi sa già  ciò che vuole ma spesso non ne è consapevole o non riesce a rimuovere alcuni blocchi. ma veniamo alle info pratiche. come dicevo non è necessaria alcuna preparazione specifica ma è possibile effettuare corsi presso innumerevoli scuole, ma attenzione alla scelta! cmq l'importante è che il diploma sia riconosciuto dalla ICF! Io mi occupo principalmente di aiuto agli studenti  riguardo difficoltà  sul piano didattico, di scelte riguardo gli studi o la carriera lavorativa. Inoltre aiuto clienti di tutte  le età  nella sfera socio-relazionale  e nella gestione delle emozioni. svolgo le sedute via skype o via telefono al costo di 15 euro a seduta. non esitare a contattarmi per una prova gratuita! giuliacoltelli@alice.it

  2.  Ci sono nuove professioni che i non vedenti e gli ipovedenti potrebbero fare. ve le elenco qui di seguito. Addetto alla gestione di biblioteche in formato digitale. addetto alla formazione scolastica. Preparazione di relazioni, ricerche e tesi in rete. Addetto alla gestione informatica dell'ufficio del personale nella pubblica amministrazione. Addetto all'archivio digitale della polizia municipale. Addetto alla trascrizione di delibere e verbali dall'audio al cartaceo nella pubblica amministrazione. Addetto al trattamento dell'audio. Realizzazione d software relativi al trattamento dell'audio.  

  3. Faccio seguito ai pensieri di Gigantebuono e Paola Tranfaglia:

    Che le qualifiche professionali debbano essere connesse al mercato del lavoro, deve essere consapevolezza di tutti;

    Questo mio auspicio, fu il preambolo dell’entrata in vigore della legge 68/99, che introdusse il principio di armonizzare le esigenze dei datori di lavoro con quelle dei disabili.

    Le pressioni fatte dall’UIC a quel tempo, mantennero invariate le leggi dei ciechi e in questo modo, si perse la prima occasione di rinnovamento per la categoria.

    Poi arrivò la legge 150/2000 che impose per gli enti pubblici, l’istituzione degli uffici relazione con il pubblico;

    Questa per la nostra categoria, doveva essere una opportunità di riscatto professionale, ma i datori (sia pubblici che privati), non favorirono l’inserimento dei ciechi, in questo nuovo settore in quanto, se i centralinisti in servizio, avessero lasciato i postoperatori scoperti, sarebbero stati costretti a una nuova assunzione.

    Con l’istituzione degli Urp e l’avvento del web, il lavoro dei centralinisti non vedenti, ebbe un arresto considerevole, per esempio, già nel 2005, l’INPS, qui a Roma, rimosse dal servizio una ventina di operatori e li ammucchiò a far niente, in una sede periferica;

    Pressappoco nello stesso periodo, al Ministero dell’Industria invece, 8 operatori non vedenti, si davano il cambio su due consolle ancora operative.

    Ma il proliferare delle condizioni come quelle sopraccitate, non destarono alcuna preoccupazione per coloro che dovevano prontamente intervenire (UIC e Sindacato), con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti e permettetemi la battuta, non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere.

     

    A oggi, salvo in alcune realtà, come quella illustrata da Paola, agli Urp, non si impiegano operatori ciechi, per lo stesso motivo di cui sopra e nemmeno un intervento legislativo che estenda l’obbligo di assunzione a tale profilo, potrebbe migliorare la situazione.

    Poi mentre l’inesorabile smantellamento dei centralini, frena il naturale turnover, l’UIC, continua a gestire corsi per centralinisti (vd comunicato stampa della Sezione di Firenze), sfornando altre decine di disoccupati.

    A questo punto, si impone una riflessione da parte di noi tutti:

    Consentire ancora all’UIC di attuare una politica in materia di lavoro di tipo assistenziale ovvero, chiedere al governo di turno, l’elemosina di un posto di lavoro perché siamo handicappati e possiamo aspirare solo a due o tre professioni o invece, pretendere dall’UIC, una politica che metta in risalto le nostre potenziali ovvero, una politica che adotti modelli che tengano conto degli interessi e delle ispirazioni personali e l’approfondimento della diversa abilità?

     

  4. Caro Presidente,

     

    mi chiamo Paola Tranfaglia e le scrivo da Benevento. Lavoro da ormai 26 anni come centralinista presso l’INPS della mia città e come Lei già saprà da qualche mese questa professione ha perso la sua funzione dal momento che l’Ente ha istituito il centralino unico nazionale e nel contempo, per razionalizzare le risorse, il sistema di prenotazione per gli utenti che abbiano bisogno di conferire con gli uffici.

    Dopo un periodo frustrante trascorso a fare nulla, ho deciso di chiedere al mio vecchio Direttore di fornirmi l’abilitazione al servizio prenotazioni in modo da provare la compatibilità del software JAWS con la procedura implementata dall’Ente.

    Dopo una settimana di sperimentazione ero in grado, nonostante la mia cecità completa, di assolvere questo compito.

    Successivamente la nuova Direttrice, dimostrando  grande sensibilità, ha emesso un ordine di servizio ufficiale, per il momento della durata di tre mesi, con il quale autorizza me e il mio collega a prendere le prenotazioni che i Patronati sono obbligati ad effettuare per il disbrigo delle pratiche dei propri assistiti presso l’INPS. Tale ordine di servizio prevede che ai Patronati fosse fornito, come riferimento, il numero interno mio e del mio collega con tanto di nome e cognome scritto sopra.

    E’ oramai un mese circa che svolgiamo questo servizio con soddisfazione nostra e degli utenti e, alla scadenza dei tre mesi, il mio sogno e la mia speranza sarebbe di chiedere di essere trasferita alla  reception della sede dove le prenotazioni vengono fatte di persona per poter così svolgere questo lavoro alla luce del sole.

     

    Cordialità

    Paola Tranfaglia

    • Cara Paola tu dimostri, asieme a molti altri per fortuna, che a volte le difficoltà possano diventare delle risorse; e questo è vero a prescindere da ogni questione e da qualsiasi deficit sia esso fisico che sensoriale. La tua voglia di intendere il lavoro come lo strumente che realmente nobilita l'uomo, che effettivamente rende onore a chi lo pratica, ha fatto si che la tua battaglia potesse condurre te e non solo al traguardo ambito. La dignità del lavoratore va difesa dallo stesso lavoratore. Mi fa piacere poter sostenere, anche grazie alla mia cooscenza diretta sia della tua persona che della tua vicenda lavorativa, che quanto accaduto all'INPS di Benevento è sicuramente un evento esemplare per la categoria, ma non solo.

      Hai fatto da apripista e hai dato il tuo contributo anche all'UICI. Brava

  5. Da più parti sento affermare che le leggi speciali, in materia di lavoro per non vedenti, esistono ancora e fino a che non vengono abrogate, esse vanno rispettate.

    Ovviamente, mi riferisco a quelle leggi che sanciscono l’obbligo di assunzione per i centralinisti e fisioterapisti.

    È vero, che la legge 68/99, fa salve le suddette leggi, ma è altrettanto vero che tali leggi, sono state superate da altre e che la giurisprudenza, ha dato una grande spinta alla mancata applicazione di tale obbligo.

    Anche se non pubblicizzate da chi dovrebbe, negli ultimi venti anni, molteplici sono le sentenze a sfavore dell’inserimento forzato dei ciechi, tale omissione della realtà, da parte di chi doveva vigilare, ha contribuito alla emergenza lavorativa di adesso.

    Negli ultimi dodici anni, sono stati fatti timidi tentativi di aggiornamenti delle sopraccitate leggi, ma invece di fare le dovute pressioni, si è preferito di vivere di rendita, per meglio dire, finche la barca va, lasciala andare… .

    Nell’arco dei dodici anni, lo scambio dei voti dei ciechi alle varie elezioni, garantiva la promessa da parte dei politici di turno, di riparlarne in tempi migliori e dei finanziamenti a sostegno dell’attività associativa;

    Intanto, da una parte, il mercato del lavoro cambiava e le tecnologie evolvevano, dall’altra parte, il business dei corsi di centralino cresceva come il numero dei ciechi disoccupati e dei centralinisti inattivi.

    A oggi, l’inerzia di tutti questi anni e la scelta di condividere con i vari governi, le politiche assistenziali, hanno generato una categoria di lavoratori che non serve più e che costituisce un pregiudizio alla inclusione lavorativa dei giovani ciechi.

    Questo ostacolo, andrebbe rimosso, anche con scelte coraggiose come il denunciare quei datori che non agevolando la riconversione delle qualifiche non più utilizzabili, mantengono inattivi, centinaia di lavoratori, con un evidente sperpero di denaro pubblico o privato.

    Anche la scelta di creare mestieri esclusivi per non vedenti, ha prodotto nel tempo, il disastro di adesso pertanto, la esasperante ricerca di un mestiere che possa ricalcare le scelte del passato, andrebbe quantomeno condivisa con l’intera categoria, visto l’interesse collettivo e l’impiego di denaro pubblico a sostegno di tali progetti.

    Ricercare nuove professioni e investire in formazione, è un conto, ma da qui a consentire gli stessi errori del passato, è un grave errore soprattutto, quando a pagare, saranno le nuove generazioni e non solo.

     

     

     

  6.  

    Salve Presidente Daniele,

    ho scorso le varie situazioni descritte qui e nei vari altri punti dove viene data questa possibilità che, a mio avviso, è una buona cosa, ma che denota una scarsa reattività legata, a mio avviso, alla confusione che regna sovrana tra di noi e, più in generale, che regna in questa società così alla canna del gas.

    Tornando a bomba sul tema, credo che vi potrebbero essere diverse soluzioni che si potrebbero percorrere.

     

    1 – tecnico del suono:

    da tempo immemore, vado sostenendo che questo genere di situazione potrebbe diventare spendibile anche grazie alle nuove opportunità che la tecnologia mette a disposizione.

    non sto parlando così, al vento, ma in base ad un'esperienza personale che, ormai, affonda le radici nel tempo.

    Abbiamo esempi lampanti di persone che, da sole, sono riuscite a ritagliarsi degli spazi e, forse, dietro ad una formazione seria, dietro a partnership con l'esterno, potrebbero dare soddisfazioni notevoli.

     

    2 – speacker:

    anche qui, in prima persona, credo di poter dire che si può arrivare ad una bella realtà, esistono possibilità, strumenti ecc… che possono dare spazio a nuove opportunità lavorative, magari anche attingendo alle potenzialità della rete che consentono di lavorare anche a distanza.

    Abbiamo nelle nostre corde la parola, possiamo sfruttare benissimo questo ambito!

     

    3 – internet e siti:

    esistono strumenti, oggi, che consentono ad un cieco/ipovedente, di ritagliarsi degli spazi nel mondo di internet, poco sfruttato in Italia, ma molto attivo e vivo al di fuori dei nostri confini.

    Strumenti professionali come Drupal, con il quale è costruito anche questo blog, sono veramente alla portata di un disabile visivo, un esempio lampante è questo sito:

    http://www.titengodocchio.it

    che è un esempio di come le idee di un giovane possano smuovere parecchie acque e tanta attenzione anche mediatica.

     

    Tutto questo, ovviamente, deve vedere alle sue spalle, un lavoro di formazione serio, vero, forte e, forse, bisognerebbe rivedere quella che è la vecchia concezione di crescita formativa.

    Siamo ancora arroccati dietro a stereotipi quali il cieco laureato quando, siamo onesti, oggi vediamo situazioni di laureati che non sanno nemmeno allacciarsi le scarpe, bene, dove si può andare con tutto questo?

    Ok le nuove opportunità, ok le idee, ma si parte dal basso, dalle fondamenta, per costruire una casa, questa casa si chiama uomo, ed un uomo, prima di tutto, deve essere in grado di avere una buona consapevolezza di se stesso, non crede?

     

    Sono non vedente, ma non dalla nascita, ho costruito, con il sudore, la fatica, la mia vita, molto normale, ma per noi, la normalità, la vita fuori, nel mondo, costa tanto e questo arriva attraverso un percorso fatto, anche, di ostacoli superati e con un'umiltà che, forse, si è un po' persa in questi ultimi anni.

    Concludo anche invitando chi legge, chi da tanto tempo, è sulla nave, a farsi un esamino di coscienza ed a guardare veramente, nelle pieghe della base associativa dove, forse, qualche risorsa più giovane e dinamica esiste e che, con un po' di motivazione, può essere coinvolta, resa preziosa ed operativa.

    Vainer Broccoli.

     

    • Buongiorno Presidente,

      Volevo contribuire alle idee per le nuove attività professionali volte ai minorati della vista.

      Lavorando al CNR, e avendo avuto la possibilità di viaggiare per il mio lavoro, mi sono accorto che alcuni paesi stranieri  hanno sfruttato intelligentemente secondo me le nuove tecnologie per far lavorare i non vedenti. Mi spiego meglio: oggi, in Italia, ma non solo, vanno molto di moda i call center. Alcuni di essi, sono molto imponenti, basti pensare a quelli che si occupano della telefonia, o altri che si occupano della TV satellitare o digitale terrestre; o altri ancora che si occupano delle ferrovie, voli aerei ecc. Per il progetto internazionale a cui ho lavorato, ho visitato alcuni di essi e sono rimasto veramente sorpreso dalla loro imponenza e dal numero di operatori che vi lavoravano.

      Bene, ad esempio, in Turchia, i non vedenti, lavorano nei call center, ad esempio ne citerò uno, i ciechi, lavorano come operatori della compagnia di bandiera turca  (TURKISH AIR LINE) e sono previste delle postazioni con sintesi vocali e altre tecnologie di supporto in modo che i ciechi possano compilare i vari form e lavorare come i colleghi normo vedenti.

      Quindi in sintesi, la mia idea è quella di sfruttare le leggi che dicano che ogni tot d persone vedenti, vengano assunti un numero di minorati della vista. Mi sembra una evoluzione del vecchio mestiere del centralino, in quanto l'operatore, comunque interagisce con un utente sia in entrata che in uscita, dando le informazioni e indirizzando l'utente sui servizi richiesti.

      Naturalmente, tutto ciò, previa apposita formazione…

      Nel parlare con i formatori dei call center italiani, ho riscontrato una certa diffidenza, in quanto secondo loro, vi è unnotevole aumento delle spese perchè per una postazione lavoro adatta ad un non vedente, bisogna acquistare computer speciali, sintesi vocale o programmi di ingrandimento ecc. Inoltre, sembra che il fattore tempo per loro sia vitale, sarò più chiaro, secondo loro, un cieco, impiega più tempo di un normo vedente per comilare eventuali form, quindi ad esempio, in un ora, un non vedente interagisce con meno utenti che un normo vedente.

      Io, sono convinto che non è così e che la storia ci ha insegnato che le cose non sono mai state semplici e che anche questa volta dobbiamo combattere per far valere i nostri diritti.

      Credo che sia una strada molto percorribile che possa dare buoni frutti. L'unione italiana dei ciechi, al sottoscritto ha dato molto e nel mio piccolo vorrei fare anche io umilmente la mia parte per aiutare i giovani a trovare un lavoro perchè il lavoro è autonomia, il lavoro è libertà, il lavoro è luce.

       

  7. Buongiorno Presidente,

    Non so ora come vuole intendere come nuove attivita' lavoATIVE, MA PENSAVO, POTREBBE ANCHE ESSERE UNA SCIOCCHEZZA, DI POTER FARE UN NOSTRO BANCO, CIOE' MI SPIEGO UNA SPECIE DI BANCARELLA DOVE VENDERE COSE USATE O PARTICOLARI FATTE DAI SOCI STESSI, CHE POSSAN ESSERE GRANDI O DAI GIOVANI, R UN MODO SIA PER STARE A CONTATTO CON PERSONE E FAR VEDERE ANCHE , COME DICONO ALCUNI CI NASCONDIAMO A CAUSA DEL NOSTRO PROBLEMA, CHE ANCHE CON UNA DIFFICOLTA, POSSIAMO ANCHE FARE MEGLIO DI LORO. POI ALTRE IDEE NON MI VENGNO, MA APPENA LE AVRO' GLIELE FARO' SAPERE, INTANTO MI DICA SE QUESTA PER LEI PUO' ESSERE BUONA.

    nELL'ATTESA DI UNA SUA RISPOSTA LE AUGURO BUONA GIORNATA E LE DO CORDIALI SALUTI.

  8. Nel visitare il blog sono rimasto piuttosto deluso: la partecipazione più volte invocata rimane ancora un desiderio che non trova concretamente attuazione. Mi auguro che il tempo possa far compiere a tutti un salto di qualità nella direzione della democrazia partecipativa.

    • Egregio Presidente, Lei giustamente lamenta la mancanza di partecipazione al confronto da parte della Base associativa, su temi così di grande importanza come il lavoro;

      Ebbene, mi meraviglia il Suo stupore… !

      Se la Sua lodevole iniziativa, a oggi, non ha avuto successo, è per svariati motivi:

      Il mezzo di comunicazione (blog Uici), è circoscritto e diretto a una platea composta da soci di età di circa 50 anni, occupati o pensionati ovvero, centralinisti, ex centralinisti, insegnanti, ex insegnanti, che talvolta, sono anche  poco sensibili alle problematiche dei giovani.

      Invece, la problematica sollevata dal blog, è volta ad affrontare una emergenza del presente e del futuro pertanto, coloro che rappresentano il presente e il futuro, sono i giovani ed è a loro che bisogna parlare, non attraverso un blog Uici sul sito associativo che nemmeno conoscono, ma per esempio mediante un profilo Uic creato su Facebook e un apposito gruppo di discussione.

      C’è bisogno di allargare il bacino di utenza e aprirlo anche a una utenza normodotata e Facebook potrebbe darci una mano, basta avere audacia… .

      Perché no, potrebbe essere anche una buona occasione di integrazione sociale!

      Poi caro Presidente, ci metta nel fallimento del blog associativo, anche il fatto che i promotori di tale iniziativa, sono degli anziani giovanotti che per oscuri motivi, non si fanno affiancare da veri giovani lungimiranti che potrebbero essere utili alla causa comune.

      Ho molta stima di Lei Presidente e per questo, Le chiedo di aprire un confronto più ampio e di ricercare nel nuovo bacino, coloro che possano aiutarci a dare una svolta concreta, ai nostri bisogni:

      Andiamo a chiedere alla Confindustria, di quali profili professionali hanno necessità e che suggerimenti possono darci;

      Chiediamo ai Sindacati di aiutarci a escogitare nuove strategie di inserimento lavorativo;

      Chiediamo alla Collettività, di investire sulla disabilità.

      Rinnovandole la mia stima Presidente, La saluto cordialmente.

      Immacolata Di Fiore

      • Cara Immacolata,

        innanzitutto ti ringrazio per essere intervenuta più volte. Che io sappia, il blog è aperto a tutti, senza limiti di età ed è proprio dai giovani che ci aspettiamo i suggerimenti che purtroppo non vengono. Accolgo il tuo suggerimento di aprire la discussione anche sul mio profilo facebook che attiviverò nei prossimi giorni.

        • Bene Presidente, mi fa piacere che attuerà il mio suggerimento, Lei però non si scoraggi, se i giovani non rispondono (sono madre di una ragazza di 19 anni e so come è difficile arrivare a loro).

          Lei comunque, seguiti a mettere la Sua saggezza, a servizio di tutti i non vedenti e a comunicare con i giovani, adottando il loro linguaggio, vedrà che qualcosa succederà.

          In un libro di Pedro Zurita, c’è una frase bellissima che dice «Chi batte il tam-tam non sa quanto lontano arriveranno i suoni che egli produce».

          Sempre nel libro di Pedro Zurita, c’è un passaggio che mi ha molto colpito in quanto, non pensavo di condividere una mia consapevolezza, con una autorevolissima personalità come Lui e che si accosta bene al tema del blog;

          Quando Lui parla delle Sue esperienze di cieco e del lavoro per i non vedenti, dice “Per quanto esistano attività professionali indubbiamente più idonee per i minorati della vista, non vale l'affermazione che ci siano occupazioni esclusivamente per ciechi. Qui o là si possono trovare non vedenti che svolgono con soddisfazione attività professionali insolite. Assai spesso tali casi vengono etichettati sbrigativamente come eccezioni. Il fatto vero è invece che gli interessi e le qualità personali devono essere i fattori determinanti nella scelta delle opzioni occupazionali. Tali esempi dimostrano proprio che la cecità non rappresenta un ostacolo insuperabile”.

          Quanto appena riportato, non ha bisogno di alcun commento da parte mia, il concetto mi è talmente chiaro che mi identifico nelle suddette affermazioni, però spero Presidente, di averLe offerto, attraverso i riferimenti a Pedro Zurita, uno spunto di riflessione da usare come tema, sul nuovo profilo Facebook.

          Con cordialità, Immacolata

    •  

      Anche oggi, vi voglio partecipare una esperienza lavorativa adatta per i non vedenti;

      Sono appassionata di design moderno per la casa e su un sito ho trovato l’articolo che segue:

       

       

                  I camini tattili progettati da non vedenti

       

      Sztekiel svolge corsi d’arte applicata per non vedenti. Qui il tema della particolare percezione tattile, della capacità di apprezzare a godere la forma

      non attraverso la vista, ma attraverso il tatto, dà luogo a un nuovo lavoro di ricerca. Unire l’espressione artistica con la funzionalità intrinseca del

      mobile, con la particolare sensibilità e la necessità del non vedente di muoversi nell’ambiente: da tutto questo nascono proposte totalmente sconvolgenti.

       

      «Il mio modo di trattare la forma si è modificato nel tempo, col modificarsi della percezione stessa della forma. E molto

      in questa evoluzione è dovuto al lavoro con i non-vedenti».

      Così Jurek Sztekiel, artista che si è dedicato alla creazione di mobili, col marchio “Bioforme”. Un termine che di per sé racchiude, nel gioco di parole,

      un programma: “bio for me”(cioè a dire, un approccio sensibile alla vita e indirizzato alla persona), ma anche “forme biologiche”. Del resto, quel che

      autenticamente riesce a riferirsi alla vita, mai risulterà estraneo ad alcunché di vivente. «Creiamo oggetti d’arte da usare in casa – afferma Sztekiel

      – Non sono né mobili, né sculture, né quadri, ma un insieme di tutto questo». Il lavoro con i non-vedenti comincia in Polonia, tanti anni fa, per via di

      alcune amicizie. Trasferitosi a Milano, Sztekiel ha l’occasione di svolgere corsi d’arte applicata per non vedenti. Qui il tema della particolare percezione

      tattile, della capacità di apprezzare a godere la forma non attraverso la vista, ma attraverso il tatto, dà luogo a un nuovo lavoro di ricerca. Unire l’espressione

      artistica con la funzionalità intrinseca del mobile, con la particolare sensibilità e la particolare necessità del non vedente di muoversi nell’ambiente:

      da tutto questo nascono proposte totalmente sconvolgenti. «In primo luogo gli oggetti che escono nel mio atelier sono sempre

      asimmetrici.

       

      La simmetria non è consona col modo d’essere e di muovesi dei non vedenti. La necessità della asimmetria, accentua il valore scultoreo delle forme che produciamo

      nel mio atelier. Con questi mobili, permettiamo che la scultura entri nelle case: è importante, altrimenti oggi sarebbero ben pochi coloro che desiderano

      acquistare una scultura per la propria abitazione. In ogni pezzo troviamo l’anima, lo spirito, la vita di chi lo crea. Operiamo un artigianato puro, autentico,

      che si accompagna a una lunga meditazione. Intendiamo questo lavoro come qualcosa che aiuta a vivere, e rifiutiamo un vivere finalizzato al lavorare. Nelle

      opere si ritrova veramente la personalità di chi l’ha compiuta. Non seguiamo modelli, non stilemi, non tecniche precostituite. Il design contemporaneo

      è perlopiù fatto a tavolino: per questo dà luogo a forme stereotipate, di ispirazione tecnologica ma, mi sembra, prive d’anima. Nella nostra produzione,

      invece, mettiamo l’anima innanzitutto…» Nel catalogo di “Bio for me” troviamo suggestioni fortemente organiche, espressioni di mondi fiabeschi, fantasie

      giocose, varietà a getto continuo. Ma Sztekiel ha anche proposto alcune soluzioni per il camino di casa…. «Sono progetti, schizzi: per tre camini. Uno

      rotondo con una canna che si sdoppia in alto. È pensato per essere realizzato in cemento e potrebbe anche essere prodotto in serie. Questo, come gli altri

      due, sono disegnati in forme prettamente organiche, alla ricerca delle rotondità, della plasticità della natura. Il design contemporaneo privilegia la

      linea retta e l’angolo a 90°. Ma queste sono astrazioni tecniche. La natura conosce linee curve, non rette. La retta in realtà è qualcosa di estraniante

      e alienante. Il dialogo con i non-vedenti mi aiuta a riscoprire la verità della natura delle origini, in un rapporto più autentico tra uomo e oggetto».

      (Leonardo Servadio)

      Tratto da http://www.dibaio.com

       

    • caro presidente, non mi riferisco agli articoli che si leggono su questo blog, ma alla lettera che lei ha inviato alla ministro Fornero; lettera che a mio parere, che ritengo assolutamente non adatta. caro presidente: se quì continuiamo a far capire che vogliamo, ma non vogliamo, metendo da parte la fermezza che invece i ciechi italiani vogliono, noi risposte da tale ministro e tale governo, non ne avremo mai!

      un saluto. 

  9. Perché nuove esperienze lavorative per i non vedenti e non prendere spunto dal passato?

    Leggevo la storia dell’Uic e del suo fondatore Aurelio Nicolodi e mi sono rimasti impressi alcuni passaggi che qui riporto integralmente:

    Per rispondere alle esigenze lavorative dei non vedenti, la UIC guidata da Nicolodi fondò pure, nel1934, l'Ente Nazionale di Lavoro per i ciechi.

    I laboratori dell'Ente diverranno, nella seconda guerra mondiale, fornitori dell'esercito italiano – in particolar modo per quanto riguarda le scarpe; ma Nicolodi ebbe anche l'idea di far impiegare dei non vedenti nell'esercito,in particolare nella contraerea come aerofonisti volontari.

    Nel' 36 inizia la sua attività l'Ente Nazionale Lavoro per Ciechi, al quale lo Stato si obbligava dare il 15% delle proprie commesse. Queste strutture svolgono varie attività: filatura di lana, tessitura, maglificio, ecc..

    Nicolodi dà vita a corsi speciali per marconisti e aerofonisti ciechi per il servizio nella Marina e nell'Esercito.

    Ritornando ai nostri tempi, rileggere la storia serve in molti casi, proprio a fare ordine e trarre spunti per il presente e talune volte, anche a fare alcune considerazioni:

    Gli attuali Istituti professionali per l’industria e l’artigianato per ciechi, sfornano decine di centralinisti e masso fisioterapisti destinati a subire pregiudizi, a essere umiliati e a rimanere disoccupati, ma non erano nati per formare lavoratori da inserire nelle industrie del settore tessile e calzaturiero?

    Poi che ci azzeccano le professioni di centralinista e fisioterapista con questi istituti professionali… ?

    A mio avviso, a dispetto della Sua Disabilità visiva, Nicolodi ci aveva visto bene ovvero, a parte il momento storico che Lui viveva (i ciechi erano considerati incapaci mentalmente e fisicamente e nonostante questo, riuscì a trasformare gli ospizi per non vedenti, in istituti di riabilitazione, istruzione e formazione lavorativa), Egli aveva capito che il privo della vista, possiede uno spiccato senso della manualità e pertanto, concentrò le sue energie, a studiare come impiegare a meglio questa qualità.

    Oggi i privi della vista, sono di nuovo un peso per la società, vuoi la crisi, vuoi il mercato del lavoro che si evolve in continuazione, come mai, l’apprezzato nonché attualissimo l’Irifor non attiva corsi di artigianato e perché gli istituti professionali per ciechi, non prevedono più tali discipline?

    Perché le scuole per non vedenti non insegnano a fare scarpe, fare la carta, restauro e conservazione di mobili e oggetti, ad accordare gli strumenti musicali ecc. e non diventano loro stesse, le scuole, produttori e fornitori di servizi per lo Stato, l’unico destinatario in quanto moralmente obbligato a fornirsi di tali prestazioni visto che è lo stesso Stato, a finanziare le sopraccitate scuole?

    Potrebbe essere un’idea per sgombrare dal campo una volta e per tutte, quella brutta parola che è l’assistenzialismo.

    Nel mio precedente intervento su questo blog, parlavo di integrazione scolastica mirata del non vedente ebbene, c’è chi è portato per fare il musicista, il giornalista o l’avvocato, ma c’è anche chi non vuole studiare;

    Fino a qualche tempo fa, queste persone, potevano optare per la professione del centralinista, intesa come colui che risponde al telefono, accoglie la richiesta e la soddisfa.

    Con le nuove esigenze di mercato, anche questa professione, esige una preparazione adeguata, come la perfetta conoscenza dell’italiano e almeno della lingua inglese pertanto se si riattivassero corsi di artigianato, chi non fosse portato allo studio, oltre ad avere delle più chance, eviterebbe anche brutte figure alla categoria… .

     

    • Desidero riportare su questo blog, un articolo di qualche anno fa, pubblicato in Salute24 del Sole 24 ore.

      Il contenuto è sorprendente e pure l’articolo è di due anni fa… !

      In due anni non è stato fatto niente oppure… , è meglio dire non è successo niente… .

      Spero che l’articolo pubblicato su questo glog, dia più spunti di riflessione agli stessi autori… .

       

       

      Il telefono non basta più, adesso

      i ciechi aspettano una legge

       

      Nell'ombra. Lo sanno, ci sono destinati da sempre. La Giornata nazionale del cieco, oggi 13 dicembre, meritava più spazio, più pubblicità. Non sono arrivate.

      Eppure i temi da trattare erano molti. Il lavoro. Come tutti, il problema dell'inserimento lavorativo è normalità anche per i non vedenti. Ma i problemi

      sono maggiori.

       

      Il telefono non basta più – Chi sa che ancora oggi, oltre la metà delle persone cieche che lavorano, lo fanno proprio come centralinisti: sono circa 8500,

      su un totale di 14 mila lavoratori non vedenti. Ma le nuove tecnologie riducono le possibilità di impiego, ed è tempo quindi di trovare nuove strade. Centralinisti

      telefonici, massofisioterapisti e insegnanti sono state a lungo le categorie lavorative più in voga fra le persone cieche. Tra le “nuove” figure professionali,

      ci sono certamente quelle individuate già dieci anni fa dal cosiddetto “decreto Salvi: l’addetto alle informazioni alla clientela e agli uffici relazioni

      con il pubblico, l’addetto alla gestione e utilizzazione di banche dati e ancora l’addetto ai servizi di telemarketing e di telesoccorso. Ma da dieci anni,

      cioè dal momento stesso della loro definizione, si attende l'adozione dei relativi programmi formativi, senza i quali è sostanzialmente impossibile spostarsi

      dalla teoria alla pratica.

       

      Web ed elettronica le nuove frontiere – Fortunatamente, almeno sulla carta le nuove tecnologie non sono destinate solamente a togliere possibilità, ma anche

      a darne di nuove. Ecco allora figure come il valutatore e lo sviluppatore di pagine web, l’archivista nella gestione documentale, l’addetto al protocollo

      elettronico. Ruoli e mansioni che però necessitano – il problema è sempre quello – prima del riconoscimento e poi dell'avvio dei necessari progetti di

      formazione. Oltre a questi nuovi mestieri, per ampliare il più possibile le possibilità di lavoro appare certamente auspicabile poi, per il futuro, un

      rilancio delle attività artigianali e il recupero di mansioni già svolte con successo in passato, come l’interprete e il traduttore.

       

      Il commento – "Uno degli aspetti fondamentali rimane il controllo del rispetto della quota di riserva in favore dei portatori di handicap in sede di collocamento

      obbligatorio (legge 68/99) e delle norme stabilite dalla legge Stanca (n° 4/2004) per la Pubblica Amministrazione in termini di maggiore accessibilità

      e usabilità. Insieme al controllo, serve però anche accompagnamento, formazione e attenzione alla persona nel cammino verso e dentro il mondo del lavoro",

      spiega Tommaso Daniele, presidente dell'Unione italiana dei ciechi e degli ipovedenti.

       

      di (13/12/2010)

      • Al fine di stimolare interesse, vi partecipo un altro articolo di qualche anno fa, ma che vale la pena di leggere.

        Buona lettura:

         

         

        Hanno scelto mestieri "normali", preclusi da sempre a quelli come loro

        In un libro i racconti di non vedenti. Ecco come lo svantaggio si muta in eccellenza

         

        Ottanta storie di luce oltre il buio

        Vite di ciechi di successo

         

        di MICHELE SMARGIASSI

         

        <b>Ottanta storie di luce oltre il buio<br/>Vite di ciechi di successo</b>

        TRENTO – Mentre parla, Mauro Marcantoni mi guarda negli occhi. Gli costa uno sforzo: "Ho dovuto esercitarmi". Spontaneamente non lo farebbe. Non è timido

        (niente affatto): è cieco. Puntarmi addosso i suoi occhi chiari, a lui non serve. "Serve a lei", sorride. "Se io non la guardo, lei non si rispecchia in

        me, e ha l'impressione di non esistere. Devo aiutarla ad elaborare il lutto della sua immagine".

         

        Bisogna dare una mano a questi vedenti. Quando incontrano un cieco, entrano in crisi. Quelli che incrociamo sui marciapiedi del centro di Trento, ad esempio,

        non appena s'accorgono del bastone bianco s'imbarazzano, si guardano attorno, s'appiattiscono contro il muro (errore: il muro è la bussola del cieco),

        si nota il loro sollievo quando siamo passati, e possono uscire dal cono di invisibilità in cui per qualche istante si sono sentiti sprofondare.

         

        I ciechi non sono più gli esseri grotteschi messi in versi da Dino Campana, "simili a manichini, muovono un poco al riso / strani come sonnambuli, terribili

        nel viso". Ma il loro handicap, dicono i sondaggi, tra tutti è ancora quello che inquieta di più. La cecità fa paura a chi non ce l'ha. E ne fa tanta di

        più quando non sa "stare al suo posto".

         

        Il posto dei ciechi qual è? Non siamo una società crudele: non è tendere la mano all'angolo della strada. È un lavoro da centralinista, o da massaggiatore,

        ma basta lì. I ciechi che puntano più in alto, i ciechi che non fanno i ciechi, sanno cosa significa sentirsi trattati da presuntuosi, pretenziosi, perfino

        arroganti. "Un cieco che mette gli sci è uno che "non accetta il proprio limite", reagisce Mauro, "ma perché dovrebbe? Noi non siamo esseri umani con un

        senso in meno del normale, siamo persone che costruiscono la propria normalità su quattro sensi. Tutto ciò che ci sta, è giusto che ci stia".

         

        E non v'immaginate quanto ci stia, in quattro sensi. Tra le ottanta storie di "ciechi di successo" che Marcantoni è andato a cercare ai quattro angoli d'Italia,

        ci sono quelle di Patrizia Viaro, ballerina che danza con la benda sugli occhi perché sia ben chiaro agli spettatori; di Francesco Cozzula, navigatore

        di rally che "vede" le curve con il corpo; di Ubaldo Cecilioni, tiratore con l'arco che punta la freccia tastando un mirino elettronico coi piedi. C'è

        la storia di Antonella Cappabianca che commenta alla radio i programmi tivù, e quella di Luigi Bertanza navigatore a vela con satellitare parlante. Ma

        anche le storie meno estreme, le carriere da insegnante, tecnico informatico, avvocato, imprenditore, per Mauro sono "straordinarie, perché in un cieco

        è la normalità che fa l'eccezione".

         

        Anche Mauro Marcantoni è un "cieco di successo": perdere la vista, quindici anni fa, non gli ha impedito di diventare direttore di una importante scuola

        di formazione manageriale, ricercatore, giornalista, editore. Questa parola, successo, in verità non lo convince del tutto, "richiama idee di denaro e

        potere più che di appagamento e realizzazione di sé. Per me il massimo del successo è una coppia di ciechi che fa tre figli".

         

        Ma alla fine ha accettato di usarla nel sottotitolo ("Vivere con successo la cecità") di questo suo libro, I ciechi non sognano il buio, perché è un libro

        che vuole scuotere anzitutto i vedenti, un libro pedagogico e anche un po' spudorato. L'Unione italiana ciechi di Trento, che ora è entusiasta del risultato,

        dubitò prima di sostenere la ricerca. Ci sono tanti ciechi in difficoltà, perché occuparci dei più fortunati? Marcantoni li ha convinti così: "Il nostro

        rischio non è puntare troppo in alto, ma troppo in basso. Di sola tutela sociale si muore. Servono esempi perché altri possano osare, magari rischiare

        un fallimento, ma riprovare".

         

        Se c'è un "soffitto di vetro" che impedisce ai ciechi di arrivare dove possono arrivare, va rotto con una gomitata. "I ciechi vivono il loro limite come

        naturale, mentre è sociale. La maggior parte di noi resta chiuso in casa, alcuni accettano i mestieri "compatibili" fissati per legge anche se potrebbero

        aspirare a qualcosa di meglio. Poi ci sono i ribelli". A Mauro piacciono i ribelli.

         

        "Quelli che hanno rifiutato il vittimismo, e hanno scoperto che se rompi con le comodità della tutela sociale ti si apre un mondo di opportunità". Bravi

        anche gli scandalosi che esagerano, magari un po' narcisi. Quelli che fanno lo slalom seguendo il ticchettio dei bastoncini dello sciatore che li precede,

        quelli che dipingono, fotografano, quelli che vanno al cinema o allo stadio, insomma quelli che mettono a disagio i vedenti, anche i più politicamente

        corretti, perché "cercano la rivincita" sul loro handicap. "Tutti cerchiamo rivincite sui nostri limiti", li difende Mauro, "l'eccesso è il rischio di

        ogni uomo, e noi ciechi siamo una semplice variante della specie umana".

         

        Ribellarsi però è difficile. Hai tutti contro. Giulio Nardone voleva iscriversi all'università, l'oculista gli disse: "Lascia perdere, tra due anni sarai

        cieco". Non lasciò perdere: oggi è avvocato. Giorgio Rigato, analista informatico: "Non devi aspettarti che il mondo si regoli su di te, devi spostare

        il limite tra quello che puoi fare e quello che non puoi fare". Puoi rischiare di scoprire che quel limite è più ampio di quel che sembrava.

         

        Mirco Mencacci da bambino pasticciava col registratore perché pensava che la sua creatività fosse limitata al mondo dei rumori: oggi monta i suoni sulle

        immagini dei film di Giordana e Ozpetek. Non accettare lo svantaggio allora non è presunzione: è liberazione dal peso che ti tira giù.

         

        Bisogna rinunciare però a quell'orgoglio da figli di un dio minore, che diventa "senso di razza, rivendicativo e vittimista". Se un po' di rabbia, un po'

        di spirito di rivalsa aiutano a non lasciarsi andare, ben vengano. Giulio Franzoni è diventato imprenditore agricolo "per dimostrare qualcosa a chi diceva

        che non ce l'avrei fatta", e non se ne vergogna. Qualche aggressività va messa nel conto.

         

        Se Annalisa Minetti, ex miss, cantante, ora insegnante di ginnastica, scatenò un polverone a Sanremo sentendosi discriminata, fu dopo avere fatto finta

        per anni di vederci "per non impietosire". Claudio Costa invece si arrabbia proprio con l'handicap visuale: "È bastardo", dice. Maratoneta medagliatissimo

        alle Paralimpiadi, mal sopporta di avere bisogno di un accompagnatore per fare sport, "a livello di indipendenza è meglio un handicap fisico". Curioso

        lapsus: la cecità cosa sarebbe, un handicap morale? Culturale?

         

        Forse non è un lapsus, quello di Costa. Forse ha colto un punto. "I ciechi devono aver voglia di vedere", spiega Mauro. Lieve ma salda, la sua mano sul

        mio braccio mi guida più che farsi guidare. Traversiamo vie e piazze seguendo precisi itinerari cartesiani. "Cercava una pasticceria? Avanti, all'incrocio.

        Qui a destra invece c'è una bella galleria d'arte". Non è desiderio di stupire.

         

        Mauro sa che basta il rumore di un cantiere, e la città che ha disegnata in testa nei minimi dettagli si perde in uno scuro frastuono. Confessa: "Per quanto

        sia fiero della mia autonomia, non riesco a scacciare il terrore di sbattere ad ogni passo il naso contro un palo". Vuole solo farmi capire che tra dipendenza

        assoluta e superomismo c'è uno spazio enorme, che i vedenti non riescono a immaginare. Possono provarci? Tempo fa il Mart di Rovereto ospitò un esperimento,

        Dialogo nel buio: i visitatori vedenti erano invitati a svolgere attività quotidiane in un ambiente oscurato, per "capire come vive un cieco". Mauro scuote

        la testa: "Così non si capisce niente. Anzi si capisce il contrario.

         

        Essere ciechi per un'ora ti dà la sensazione che il cieco sia un incapace totale. Essere ciechi da sempre, o da anni, ti dà il tempo di organizzare la vita.

        La cecità resta una privazione brutale, ma non è per forza una condanna all'angoscia".

         

        La cecità toglie, certo. Ma in certe condizioni può perfino dare. Una lunga abitudine a vivere senza scrittura può sviluppare abilità compensative molto

        utili. Elio Borgonovi, docente alla Bocconi, ragiona sulle sue: "Non posso preparare appunti, quindi devo farmi una scaletta mentale. Ho sviluppato una

        forte capacità di sintesi". Qualche volta, come in un celebre racconto di H. G. Wells, il cieco se la cava meglio del vedente.

         

        Raggiungere obiettivi ambiziosi senza la vista non è come giocare a mosca cieca. Nessuna fortuna bendata. Il successo dipende da una razionale riorganizzazione

        dei quattro sensi attivi, da un efficiente "governo dell'incertezza". Francesco Levantini, apprezzato formatore all'Ibm, c'è riuscito così bene che ormai

        considera la cecità "non un problema, ma una seccatura". Del resto l'informatica sta accorciando le distanze tra ciechi e vedenti: scanner vocali che mandano

        in pensione il Braille, tastiere parlanti per cellulari, perfino le recentissime "penne magiche" che scandiscono ad alta voce il nome su un campanello

        o la targa di un portone sono protesi spaziali per i ciechi dell'epoca dei cani guida.

         

        Ma la vera vista del cieco restano gli altri umani. "Una capace rete di relazioni", secondo Salvatore Virga, fisiatra, vale un buon paio d'occhi. Siamo

        daccapo: il problema dei ciechi sono i vedenti. "Per ogni cieco di successo ce n'è uno nascosto", medita Mauro. Se c'è una costante in questi ottanta racconti,

        è la sensazione di aver dovuto pedalare in salita da soli, e non tutti ce la fanno.

         

        La civiltà dell'immagine è rigida con chi non condivide il primato della vista. Mauro la chiama "la legge della pizza": "Ne chiedi una senza mozzarella

        e ti rispondono "non si può". Perché non si può, me lo volete spiegare? Il pizzaiolo è pigro? Il cassiere non sa quanto farla pagare? Macché: questo è

        un mondo omologato, ogni scarto dalla norma è fastidioso".

         

        Eppure la pizza senza mozzarella esiste: Mauro e molti degli ottanta ciechi ribelli e appagati andranno a spiegarlo il 23 ottobre all'università Luiss di

        Roma. E non finirà qui. Marcantoni ha in mente un'altra inchiesta: che uso fa la società vedente del potere delle immagini. Dobbiamo stare attenti: i ciechi

        ci guardano.

         

        (28 settembre 2008)

    • Desidero parteciparvi alcune esperienze lavorative che avvengono nella vicinissima e civilissima Svizzera… .

      Vi invito anche a visitare il sito dove ho estratto l’articolo che segue:

       

      l'Officina Svizzera per Non Vedenti e Disabili

       

       In Svizzera lartigianato creato da non vedenti ha una lunga tradizione alle spalle. Con le classiche professioni di tessitore, ricamatore, produttore di

      spazzole, pennelli e canestri, ha occupato per lungo tempo un posto fisso nella nostra società. Purtroppo il significato delle officine e la stima nei loro

      confronti sono diminuiti sempre più negli ultimi decenni. Oggi non ci sono più officine regolari per non vedenti ad auto-sostentamento.

       

      Al momento, ci sono circa 30.000 non vendenti e persone affette da menomazioni visive in Svizzera. E non hanno praticamente nessuna possibilità di ottenere

      un impiego sul primo mercato del lavoro. A molti non vedenti e disabili visivi non manca quindi solo unoccupazione ma anche una prospettiva. Aspirano ad

      un impiego sensato eppure non riescono a trovarlo. Desiderano provvedere autonomamente al loro sostentamento e non dipendere solo dagli altri. E vorrebbero

      trovare anche un posto e riconoscimento nella nostra società. Lufficio AI fornisce un sostentamento minimo che garantisce il mantenimento; nessuno svizzero,

      neanche un non vedente o un disabile visivo morir di fame. Tuttavia, ogni persona ha anche necessità che vanno al di là del minimo, ad esempio esigenze di

      tipo culturale. Anche i non vedenti e i menomati a livello visivo vorrebbero disporre dei mezzi necessari a partecipare di forza propria alla normale vita

      sociale e culturale.

       

      L'Officina Svizzera per Non Vedenti e Disabili Visivi desidera riallacciarsi alla vecchia tradizione degli artigiani ciechi e dare di nuovo a non vedenti

      e persone affette da difetti visivi e dotati di talento loccasione di esercitare una professione adatta al loro caso.

       

      Siamo sostenuti anche da istituzioni ufficiali, come avvenuto il 30.05.05 in occasione della conferenza stampa del nuovo consiglio di stato, della signora

      sindaco e consigliere nazionale.

      Lobiettivo quello di dare una possibilità di entrare o riaccedere al mondo del lavoro a ciechi e  disabili visivi in tutta la Svizzera che cercano un impiego

      e hanno talento a livello artigianale. A causa della distanza, non tutti hanno la possibilità di raggiungere l'officina. Anche in questo caso possiamo essere

      d'aiuto.

       

      Chi lavora a domicilio produce a casa. Perciò, portiamo il lavoro ai nostri artigiani, non importa in quale punto della Svizzera si trovino. In questo modo

      o operando in piccoli gruppi di produzione hanno la chance di trovare occupazione da noi nell'ambiente domestico.

      Il compito dellofficina  è quello di produrre scope e spazzole con la classica lavorazione a mano e di distribuire in tutta la Svizzera questi articoli di

      qualità prodotti da artigiani ciechi. A questo scopo, abbiamo naturalmente c’è bisogno anche di personale vedente. La produzione viene però eseguita da artigiani

      con handicap visivi.

      Non importa da quando abbiano perso la vista o siano affetti da una debolezza visiva; sotto la guida di personale specializzato i disabili vengono avviati

      allattività e si addestrano in modo accurato anche coloro ai quali la professione sconosciuta. Ovviamente, c'è anche la possibilità di fare periodi di prova

      e praticantati per avvicinare alla professione chi ne  interessato.Lufficio cantonale AI e il Dipartimento di Salute, Questioni Sociali ed Energia ci accompagna

      fin dallinizio per garantire unassistenza ottimale.

       

      Responsabili per la realizzazione dei nostri obiettivi sono soprattutto la

       

      Lega Svizzera per i Non Vedenti

      che  rappresentata in tutti i cantoni e partecipa integrando i suoi contatti, le sue esperienze ed i membri interessati, e la Arbeitsring anerkannter Blindenwerksttten-Schlich

      GmbH, unofficina tedesca che mette a disposizione i suoi 70 anni di esperienza nel settore della gestione di imprese per non vedenti. In Germania ed Austria,

      le officine di questa organizzazione danno occupazione a più di 300 ciechi e disabili a livello visivo nei classici settori di attività per tessitori, ricamatori,

      produttori di pennelli, canestri e naturalmente di spazzole. Anche da noi in Svizzera quest'ultimo mestiere viene ora offerto come posto di lavoro per

      menomati visivi.

       

      Senza il Vostro aiuto, tutti i nostri sforzi sono tuttavia senza successo. Acquistando i nostri prodotti, aiutate a procurare ai nostri artigiani ciechi

      e disabili un posto di lavoro duraturo e sicuro. Date loro la sensazione di non essere inutili, di poter creare qualcosa, di lavorare articoli di qualità

      con le loro mani e di partecipare alla vita produttiva della nostra società.

      Il lavoro porta ai non vedenti un raggio di luce sulla loro strada verso la realizzazione di se stessi. Per noi  è l'Uomo che conta, non la macchina.

       

       

    • Cara Immacolata: Ho letto quello che tu ci fai ricordare di come Aurelio Nicolodi a quel tempo vedeva e pensava, come i ciechi potessero integrarsi nell'attività lavorativa. Certo, Nicolodi, è stato, e per certi aspetti, rimane, un grande e fiducioso, dei ciechi tutti; cosa che oggi, forse, questo, ha avuto un brutto e pericoloso ridimensionamento; è triste ammetterlo, ma purtroppo è proprio così.

      La mia speranza, e credo pure la tua, è che bisogna fare presto! molto presto! affinchè torni prepotentemente da parte prima di tutto, di noi stessi e pure di parecchi nostri dirigenti, nel riprendere la piena fiducia nei ciechi, e nelle loro capacità. capacità, che come tu auspichi, non possono essere soltanto il centralinismo, il masiofisioterapista, eccetera. io non vedrei male che i ciechi imparassero a costruire scarpe; non vedrei male ritornare a fare l'accordatore, l'aerofonista, e tante altre possibilità che per dirla tutta, ci sono, ma che bisognia avere il coraggio di crederci, e quindi ricominciare.

      un saluto.

               

  10. Salve, con molto piacere, partecipo a questo blog in quanto l’argomento mi sta molto a cuore.

    Come socia di questa Unione, penso di avere titolo a esprimere una critica però costruttiva:

    Assisto da lontano a tutte le iniziative di ogni genere della mia Associazione e per la prima volta, ho esultato quando il Presidente annunciava lo stato di emergenza del lavoro per i non vedenti.

    Era ora… !

    Ma andava fatto almeno dieci anni fa, caro Presidente!!!

    Ma meglio tardi che mai… .

    Chi le parla Presidente, è una non vedente che ha fatto nell’arco della sua vita, i mestieri classici della categoria ovvero, l’organista, perché diplomata al Conservatorio in organo e composizione organistica, per qualche tempo l’insegnante di musica  e poi, la centralinista.

    Ho fatto per venti anni l’organista, ma la precarietà economica di questa professione, mi ha portato a compiere una dolorosa scelta, guadagnare in maniera stabile andando a fare la centralinista.

    Già a 13 anni, quando dovetti scegliere cosa studiare, non ebbi scelta e mi chiesi inconsapevole di tutto, ma come è possibile che un cieco debba studiare solo musica se non vuole fare il centralinista o il fisioterapista?

    Ma stiamo parlando di 35 anni fa… ,mi feci forza, d’altra parte, non ebbi scelta nemmeno quando nacqui e pertanto, feci la mia prima scelta obbligata.

    Per molto tempo ho creduto che il fatto che c’erano poche scelte per i non vedenti, era dovuto alle particolari condizioni fisiche, non si vede quindi si può fare poco… .

    Che brutto risveglio che è stato quando mi sono accorta che invece potevo fare molto e bene:

    Quando facevo l’organista, organizzavo concerti per me e per altri, praticamente facevo l’agente o meglio l’impresario;

     

    Quando scelsi di fare la centralinista, il caso volle che alla società per cui lavoro, non serviva chi rispondesse a telefono e smistasse le chiamate, ma chi fornisse informazioni a tutto campo, questo successe ancor prima del Decreto Salvi e le famigerate professioni equipollenti.

     

    All’alba dei miei primi 50 anni, posso affermare con serenità, che se avessi avuto più chance di studio e formazione lavorativa e meno leggi speciali, mi sarebbe piaciuto fare per esempio la speaker per le ferrovie dello Stato o presso gli aeroporti o la giornalista!

    Credo fermamente che per le nuove generazioni, si possa fare moltissimo, l’UIC al proprio interno, deve fare orientamento scolastico e quindi, integrazione scolastica mirata, sostenere gli studi dei non vedenti, fornendo una adeguata preparazione informatica, accompagnare anche con borse di studio, i non vedenti fino alla laurea, formarli professionalmente con tirocini interni ed esterni.

    Una buona preparazione scolastica e informatica, è il miglior biglietto da visita che un cieco possa presentare per svolgere qualsiasi professione.

     

    Sì, perché un privo della vista può svolgere molte professioni, basta avere coraggio e l’UIC deve infonderlo, bisogna uscire fuori dai condizionamenti dettati dalle leggi speciali (quando facevo l’organista e l’impresaria, non c’era nessuna legge che mi aiutasse, ma la mia tenacia e la mia preparazione e il mio datore di lavoro di quel tempo, i Padri Domenicani, mi hanno voluta e apprezzata senza imposizioni).

    Il mercato del lavoro, si evolve in continuazione e le leggi a suo seguito pertanto, i centralinisti non servono, gli educatori sì e l’UIC può fare molto per formarli;

    Il cieco può essere tranquillamente un impiegato che può svolgere mansioni amministrative per un beck office di una banca o di un ente e perché no, un ottimo dirigente!!!

    La parola chiave alla svolta è formazione, quella scolastica e quella lavorativa;

    Basta perdere tempo con le leggi speciali, il privo della vista deve essere assunto perché è bravo non per pietà e imposizioni.

    Egli è solo diversamente abile e ha bisogno di dosi massicce di quel carburante che si chiama coraggio, preparazione e fiducia in se stesso.

    Poi se si aggiunge  alle dosi di cui sopra un po’ di faccia tosta, allora è fatta!!!

    Caro Presidente, il diritto al lavoro è sancito dalla Costituzione per tutti, non solo per i non vedenti;

    L’UIC deve in maniera diversa al passato, garantire questo diritto, senza camuffarlo di puro assistenzialismo ;

    Assistere il lavoratore non vedente in tutte le sue azioni è un conto, ma il posto di lavoro non si può considerare assistenza, esso va conquistato con il merito e determinazione.

     

    I tempi sono cambiati, il lavoro è cambiato, c’è bisogno di cambiare schemi, mentalità ecc, ecc, ecc… .

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